PENSIONI ANTICIPATE E PENSIONI TAGLIATE

Forse per la “nuova“ previdenza si è arrivati al traguardo. E’ stato un confronto duro e difficile ma pur doverosamente in attesa dei testi definitivi, ancora in gestione, si possono indicare almeno alcuni principi del futuro.
Quota 100 e il taglio delle cosiddette «pensioni d’oro» sono le principali misure previdenziali introdotte dal disegno di legge di Bilancio approvato dal Consiglio dei Ministri e che entro giovedì 18 dovrebbe essere presentato in Parlamento per l’approvazione entro il 31 dicembre. Le novità scatteranno dal prossimo anno. Ricordiamo che la quota 100, meccanismo già presente in passato con il sistema delle quote introdotto dal Governo Berlusconi, potrà consentire di andare in pensione anticipata. Sarebbe meglio chiamarla pensione “d’anzianità” così come definita, in passato, l’uscita con gli anni di contribuzione. Quindi si potrà ottenere la pensione con il raggiungimento dei 62 anni d’età, purché si abbiano almeno 38 anni di contributi (quota 100).
Il requisito dei 38 anni di versamenti resta, però, fermo anche nel caso si abbiano età superiori. Quindi a 63, 64, 65 e 66 anni d’età la quota diventa rispettivamente 101 (63+38), 102, 103 e 104. Nulla di mutato per il pensionamento di vecchiaia, che con i termini della legge Fornero, incrementata dall’accrescimento della speranza di vita, prevede che si potrà continuare a uscire nel 2019 con 67 anni d’età avendo almeno 20 anni di contributi. Una reminiscenza del passato, oltre alle quote, è rappresentata dalla reintroduzione delle famose “finestre” d’uscita. Quota 100 sarà articolata su quattro finestre annuali, una ogni tre mesi. Questo significa che coloro che raggiungeranno i requisiti entro il 31 marzo riceveranno la prima pensione ad aprile. Chi maturerà i requisiti fra il primo aprile e il 30 giugno incasserà invece l’assegno a luglio, e così via. Con un ritardo stimabile da due a tre mesi. Niente di nuovo per chi ha memoria del passato previdenziale! È allo studio anche il blocco dello scatto di 5 mesi dal prossimo gennaio in seguito all’adeguamento alla speranza di vita. Ma il blocco potrebbe riguardare solo le pensioni anticipate, quelle che richiedono ora 42 anni e 10 mesi di contributi (un anno in meno per le donne) e non anche le pensioni di vecchiaia, per le quali, quindi, serviranno comunque 67 anni. In cambio, però, le pensioni anticipate sarebbero soggette anch’esse alle quattro finestre trimestrali e quindi di fatto lo sconto sull’aumento del requisito si ridurrebbe a due mesi.
Secondo le stime dei tecnici, quota 100 dovrebbe interessare circa 400 mila lavoratori nel 2019, dei quali quasi la metà dipendenti pubblici. Ma non tutti andranno in pensione anticipata. Si tratta, infatti, di una scelta volontaria, che i lavoratori faranno se conviene o se non hanno alternative.
Alternative che, stando ad alcune indiscrezioni non saranno molte. Anche a questo riguardo è stato, infatti, ripescato il famigerato divieto di cumulo. Vissuto malamente per alcuni anni, con forte spinta al lavoro in nero, era stato poi, a “furor di popolo”, eliminato. Uscendo prima, cioè con meno contributi e con un’età più bassa, la pensione si alleggerirà un po’ma, soprattutto, chi andrà in pensione con quota 100 non dovrebbe poter cumulare l’assegno con redditi da lavoro.
Nelle nuove disposizioni previdenziali viene prevista anche la proroga dell’Ape sociale e, di particolare interesse, la riproposizione della «opzione donna», con un lieve incremento dell’età minima richiesta, che passerebbe dai 57 anni previsti nel passato ai 58 anni, con, però, l’immutata anzianità contributiva di 35 anni.
Per riguarda le pensioni d’oro questo rimane il capitolo dove ci sono meno punti fermi. Diventa ogni giorno più somigliante a un thriller nella cui trama, finora, l’unica cosa certa è l’identità della vittima: i pensionati, i quali non sanno né quanto né come, ma sanno che il Governo gli sfilerà un po’ di pensione dalle tasche
Il taglio dovrebbe colpire tutte le pensioni superiori a 4.500 euro netti al mese per garantire un miliardo di risparmi in tre anni. Col sistema del ricalcolo per età di pensionamento, caro ai 5 Stelle, il miliardo non si raggiunge.
Nel famoso contratto di governo è stata sottolineata la volontà di tagliare le pensioni più alte: “Per una maggiore equità sociale, riteniamo altresì necessario un intervento finalizzato al taglio delle pensioni d’oro (superiori ai 5mila euro netti mensili) non giustificate dai contributi versati”.
Due parole spiccavano, “equità” e “contributi”, oltre alla cifra di 5mila euro, parole e cifra che sono scomparse non dai proclami ministeriali ma nel progetto di legge n. 1071 che M5S e Lega hanno presentato in Parlamento.
Nel testo del disegno di legge “ricalcolo secondo il metodo contributivo” non riesce ad andare oltre il titolo perché le norme contenute nel testo parlano di un taglio legato all’età di pensionamento. La scomparsa della parola “contributi” trascina con sé nell’oblio anche l’altra “equità”, perché il taglio basato sull’età del pensionamento introdurrebbe, al contrario, altre iniquità. Per esempio penalizzando una pensione giustificata dai contributi ed ottenuta a 63 anni e lasciandone intoccata un’altra non giustificata da contributi ma ottenuta a 65 anni. Sarebbero poi colpite dalla rideterminazione persone che sono state costrette ad andare in pensione oppure persone per le quali il pensionamento anticipato ha costituito una forma di tutela.
Nel frattempo, la soglia di “attenzione” del provvedimento veniva prima ridotta dai 5.000 euro ai 4.500, transitando dall’oro all’argento. Ma in alcune esternazioni governative si è anche parlato di un nuovo livello soglia di 3.500 euro. Questa soluzione peggiorerebbe le iniquità e le contraddizioni del ricalcolo basato sull’età in quanto non si cura minimamente dei contributi versati e inoltre renderebbe il gettito del tutto teorico e basato su ipotesi di inflazione e solo in termini reali. Non sarebbe assai più equo, come suggerito da validi esperti, un contributo di solidarietà legato al reddito, magari all’Isee?
Intanto si sta studiando anche un raffreddamento progressivo dell’indicizzazione delle pensioni al costo della vita, che sarebbe particolarmente penalizzante per le pensioni più alte.

16 Ottobre 2018 Claudio Testuzza

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